12 dicembre di lotta a Trento: racconto della giornata

Mattina: spezzone auto organizzzato al corteo per lo sciopero generale indetto da FLC, CGIL E UIL.

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L’esigenza, nata all’interno dell’Assemblea Antifascista ma condivisa da un giro più ampio di persone,era quella di scendere in strada attraversando la piazza dei sindacati confederali per dare un esempio pratico di autorganizzazione, portare in strada il rifiuto della logica razzista della guerra fra poveri che serpeggia anche in Trentino e ricordare l’imminente sentenza nel processo che vede imputati sette notav per il danneggiamento di un compressore nel cantiere del Tav in Val di Susa nel maggio del 2013; l’accusa di terrorismo per Claudio, Niccolò, Chiara e Mattia, da poco estesa a Francesco, Lucio e Graziano, è fin da subito apparsa chiaramente un attacco all’intero movimento notav e alle sue pratiche.
Uno spezzone autorganizzato di una cinquantina di persone, con tante bandiere notav e due striscioni <<12 dicembre 1969 – 2014: terrorista è lo Stato. NoTAV liberi!>> e <<Nessuna pace fra le classi, nessuna guerra fra poveri>>, si è ritagliato da sè un proprio spazio in un corteo altrimenti del tutto svuotato di senso e di contenuti, utilizzato esclusivamente per l’autorappresentazione dei sindacati, che hanno optato per un percorso breve che ha solo lambito il centro città.
Imbrattamenti ai danni di tutte le agenzie immobiliari, le banche, le telecamere e i compro-oro e la sede RAI regionale lungo il percorso del corteo si sono svolti senza prese di distanza da parte degli altri manifestanti. Sui muri sono comparse decine di scritte che ricordavano la strage di Piazza Fontana e ribadivano la solidarietà ai compagni sotto processo, e un grande murales “No TAV LIBERI” fa ora mostra di se sul muro esterno di un’ex caserma della polizia.
Qualche passante si è anche unito allo spezzone, così come alcuni iscritti alla CGIL, evidentemente con un idea diversa di lotta da quella della dirigenza del loro sindacato.
Assieme ai volantini distribuiti sono stati affissi decine di manifesti in solidarietà ai notav sotto processo e delle successive iniziative (il presidio antifascista della sera e la parata notav del giorno dopo).
Arrivati al Commisariato del Governo, senza nessuna intenzione di sentire i comizi delle dirigenze confederali, lo spezzone – tallonato senza troppa convinzione dal servizio d’ordine sindacale – si è allontanato per le vie del centro, ancora una volta con i propri contenuti e senza chiedere permessi e autorizzazioni, per poi sciogliersi davanti alla facoltà di Sociologia da dove era partito.

Sera: mobilitazione antifascista.

La strage di Milano, come quella di Bologna, ci ricorda chi è il terrorista e chi la sua manodopera.

La strage di Milano, come quella di Bologna, ci ricorda chi è il terrorista e chi la sua manodopera.

In mattinata era arrivata la notizia dell’annulamento del convengno su Almirnante, promosso da Cristiano De Eccher e altri rigurgiti fascisti al Palazzo della Regione. La motivazione: ragioni di ordine pubblico e non certo la contrarietà delle istituzioni al dare spazio a De Eccher, detentore dei timer della bomba scoppiata il 12 dicembre a Piazza Fontana, nel giorno dell’anniversario della strage. Si è mantenuto comunque l’appuntamento indetto precedentemente alle 19.00 in Piazza Dante, di fronte al Palazzo della Regione, sapendo anche dell’intenzione dei fascisti di di Fratelli d’Italia (Fd’I) di aprire la propria sede in passaggio Zippel.
Dopo alcuni interventi nella piazza dove si svolgeva anche un altro presidio promosso da alcune realtà cittadine pure mobilitatisi contro la provocazione, il concentramento antifascista è diventato un corteo di alcune decine di persone.
Passando da Piazza Duomo si arriva a Piazza Pasi, a vista della sede di Fratelli d’Italia, ovviamente protetta dalle forze di polizia, dove si rimane per un ora, per informare i passanti della vicenda e far capire ai fascisti in doppiopetto di Fd’I che nessuna provocazione passerà inosservata e senza risposta.
Con slogan e volantini si è ricordata la responsabilità dello Stato nelle stragi di ieri e la sua connivenza anche attuale con i gruppi neofascisti.
Si è saputo poi che gli sparuti militanti di fratelli d’Italia (sei persone tra cui la Presidentessa Marika Poletti , che fieramente mostra in alcune foto la sua svastica tatuata sulla caviglia) nel momento in cui il presidio diventava un corteo e si spostava in centro, hanno pensato bene di andare alla Regione per provocare gli antifascisti presenti, stando ben nascosti dietro il cordone delle forze dell’ordine, che gli hanno poi scortati lontano dalla piazza.

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DA ROMA a TRENTO: Stato, mafia, fascisti e (il) capitale

Sono indagini della magistratura e come tali prendiamo le informazioni con le pinze, ma alcune informazioni ci permettono di arrivare ad alcune conferme e a tentare di abbozzare un tentativo di analisi.

L’inchiesta “Mondo di mezzo” che in questi giorni occupa le prime pagine dei giornali porta alla luce l’esistenza di un’ organizzazione di stampo mafioso che conferma ciò che viene quotidianamente ripetuto nei bar e nelle osterie. Quei discorsi solitamente definiti qualunquisti e semplificatori, ma che pare corrispondano per l’ennesima volta a realtà: “è tutto un magna magna“, “si fanno solo gli affari loro e dei loro amici” etc.

Ciò che colpisce in questa melma maleodorante che emerge è il forte coinvolgimento di diversi ex militanti dei NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari, un’organizzazione armata neofascista che teorizzava e praticava lo spontaneismo armato fra gli anni ’70 e ’80), fra cui Massimo Carminati, uomo di raccordo con la malavita romana, in particolare con quella che fu la banda della Magliana, conosciuto dai più come colui che ha ispirato”il Nero” in Romanzo Criminale.

Gli ex Nar Riccardo Brugia, Fabio Gaudenzi e Mario Corsi, il “colletto bianco” e già avanguardista Riccardo Mancini, il “nazista” Gennaro Mokbel, il commercialista Marco Iannilli, piuttosto che il consigliere regionale e figlio della tradizione missina Gramazio junior, il già militante della Destra sociale e quindi “manager” a comando in Enav e Technosky Fabrizio Testa. Anche l’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno è indagato, lui che pochi giorni fa dopo il pogrom di Tor Sapienza era in piazza contro il degrado delle periferie, negli anni in cui è stato primo cittadino di Roma era stato spesso accusato di avere assunto all’interno di aziende municipalizzate ex picchiatori neri e vecchi amici dal comune passato fascista nelle file missine. Basta ricordare l’assunzione del 2012 per un incarico di consulenza esterno dell’ex Nar Maurizio Lattarulo oppure l’assunzione all’Ama nel 2009 di Stefano Andrini, ex picchiatore fascista.

Vecchi rapporti di amicizia fra camerati che dagli anni 70 al 2014 sono stati tenuti uniti dalla brama di denaro e di guadagno ad ogni costo: corrompendo, intimidendo, pestando.

Il filo che da sempre unisce padroni, politici, fascisti ed affaristi di ogni genere e colore politico trova a Roma la propria apoteosi. Una rete di rapporti che evidenzia come il partito degli affari sia trasversale, considerato che anche esponenti del Partito Democratico sono coinvolti nella gara a chi si intasca più soldi.

In questo pantano di corrotti, fascisti ed affaristi, anche il Trentino entra in gioco.

Il 3 luglio 2014 a Roma viene ucciso nel quadro di un probabile regolamento di conti interno Silvio Fanella, il cassiere di Gennaro Mokbel (indagato in quest’ultima inchiesta), anch’egli legato agli ambienti del neofascismo romano. Accusato dell’omicidio del cassiere è Giovanni Battista Ceniti, ex membro di Casa Pound rimasto ferito nell’agguato che ha portato all’omicido di Fanella. Ceniti, secondo la ricostruzione del giornale “il Fatto Quotidiano” e riportato su questo blog ancora a Luglio, ha in passato frequentato in modo costante le cittadine trentine di Arco e Riva del Garda, realtà quest’ultima in cui da vari anni è consolidata la presenza dell’organizzazione fascista CasaPound .

Per gli smemorati, ricordiamo che non è la prima volta che un fascista legato a Casa Pound è autore di un omicidio: ricordiamo l’assassinio dei due uomini senegalesi uccisi a Firenze dal fascista Gianluca Casseri il 13 dicembre 2011.

Mafia, Stato e affari

Vediamo per l’ennesima volta come il partito trasversale degli affari agisce. I Padroni e i loro servi non si pongono limiti etici se si tratta di fare profitto: si può lucrare su ogni cosa: sugli immigrati, sugli zingari, sullo spaccio di droga, sulla corruzione, sullo smaltimento di rifuti tossici.

Di giorno si fanno i soldi sugli immigrati e sui progetti legati ai campi nomadi, di notte si guadagnano i voti sugli stessi, con attacchi incendiari e pogrom contro rifugiati stranieri, come successo recentemente nel quartiere di Tor Sapienza a Roma.

Per noi questi fatti non rappresentano motivo di stupore, siamo sempre stati consapevoli della funzionalità dei fascisti vecchi e nuovi per il potere. A questo punto si tratta di rispedire al mittente la paura nella quale Potere e mezzi di informazione vogliono farci vivere.

Le menzogne che ci raccontano sul degrado, sull’immigrato o sullo zingaro appaiono nella loro totale assurdità. I responsabili delle condizioni di vita sempre peggiori in cui siamo costretti vivere emergono con sempre maggiore chiarezza: sono gli stessi che a Roma con la mano destra facevano il saluto romano e con la sinistra intascavano le mazzette, sono gli stessi che costruiscono il proprio consenso politico sulla paura incitando alla guerra fra poveri.

I discorsi servili portati avanti dalla Lega Nord e dai suoi alleati di Casa Pound si confermano come la ricetta dei padroni per distogliere l’attenzione degli sfruttati dalle vere cause della propria condizione (aumento spese militari, affitti esorbitanti, case sfitte, sfruttamento del lavoro, precarietà, cure mediche sempre più costose) e per indirizzare la rabbia popolare verso i più poveri.

Anche in un inchiesta come questa emerge la statura morale dei fascisti, in doppiopetto o meno: forti con i deboli e complici con i forti.

Il nemico è chi vota le guerre e non il profugo che da queste scappa.

Il nemico è chi ha reso la casa un lusso con affitti e costi insostenibili e non chi le case le occupa.

I nemici sono i padroni che sfruttano e non i lavoratori che si ribellano.

Terrorista è chi devasta i territori e non chi si oppone alla distruzione delle proprie valli

E’ ora che la paura cambi di campo, invitiamo tutti a partecipare allo spezzone auto-organizzato del 12 dicembre a Trento, ritrovo ore 9 in via Verdi di fronte alla Facoltà di Sociologia, per indirizzare la rabbia nell’unica direzione giusta possibile:

verso l’alto, contro i padroni e i loro servi.

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Chi era Giorgio Almirante?

In vista dell’appuntamento antifascista di venerdì 12 in occasione del convegno su Almirante organizzato da Fratelli d’Italia, pubblichiamo un articolo, tratto dal blog La Nuova Alabarda, che ripercorre la carriera del padre-padrone della destra neofascista italiana, già fucilatore di partigiani.

IN MEMORIA DI GIORGIO ALMIRANTE.

L’anno scorso, nel ventesimo anniversario della morte di Giorgio Almirante, la federazione di AN di Milano aveva tappezzato i muri con un manifesto di ricordo: “Un grande italiano. Un esempio da seguire”, e un mese or sono, nel corso dell’ultimo congresso della federazione triestina di AN prima della fusione nel PDL, la consigliera comunale Angela Brandi aveva commemorato Almirante definendolo un “faro luminoso”.
Ma Giorgio Almirante, al quale si vogliono intitolare ulteriori vie e strade oltre a quelle che già portano il suo nome, non è stato solo il segretario dell’MSI che ha portato il partito post-fascista ad essere un partito di massa: e perciò vediamo di tracciarne una breve biografia critica.
Giorgio Almirante fu segretario di redazione della rivista “La difesa della razza” per tutti i cinque anni (dal 1938 al 1943) in cui essa uscì. “La difesa della razza” fu la pubblicazione che “legittimò” il razzismo italiano motivandolo con ragioni pseudoscientifiche e storico-culturali. Nel sito di Wikipedia (che cita brani dal testo di Valentina Pisanty “La difesa della razza”, edito da Bompiani) leggiamo che vi furono tre linee razziste all’interno della rivista: il “nazional-razzismo” di matrice cattolica; il “razzismo esoterico”, che introduceva considerazioni di ordine storico, culturale e spirituale ed infine il gruppo capeggiato da Guido Landra e Giorgio Almirante, che sosteneva il razzismo biologico “della carne e del sangue”, e definiva la razza in termini puramente fisici e fisiologici.
Citiamo ancora: per difendere l’italica stirpe dalle presunte “razze inferiori” e dagli individui “degenerati”, come venivano talora chiamati gli individui affetti da gravi malformazioni o da “malattie sociali” (pazzia, criminalità, prostituzione, vagabondaggio, ecc.), la rivista proponeva rimedi di tipo eugenetico; ma scartate misure drastiche come quella della sterilizzazione, erano state avanzate proposte come la prescrizione della castità all’interno del matrimonio o, meglio ancora, la rinuncia del matrimonio stesso da parte dei portatori delle tare ereditarie.
Dopo l’8 settembre 1943 Almirante aderì alla Repubblica Sociale e si arruolò nella neo costituita Guardia Nazionale Repubblicana con il grado di capomanipolo. Ricoprì anche il ruolo di Capo di Gabinetto del Ministro della Cultura Popolare e firmò il noto manifesto nel quale si ordinava la fucilazione alla schiena degli “sbandati ed appartenenti a bande” cioè dei partigiani e di coloro che non avessero accettato di entrare nelle formazioni collaborazioniste o direttamente naziste.

Almirante non fu soltanto un vecchio arnese del fascismo e della RSI: nel dopoguerra, quando era parlamentare della Repubblica italiana alla quale avrebbe dovuto (si suppone l’abbia fatto) giurare fedeltà, fu coinvolto in una vicenda a nostro parere molto più grave dei suoi trascorsi giovanili. Riportiamo quanto segue dal sito di Gennaro Carotenuto, “Giornalismo partecipativo”.
Giorgio Almirante, il grande statista al quale Gianfranco Fini rende omaggio e Gianni Alemanno vuol dedicare una strada romana, per la legge italiana è dunque un terrorista complice dell’assassinio di tre carabinieri. Ecco tutta la storia
Il 31 maggio 1972, in Peteano di Sagrado, in provincia di Gorizia, mentre in televisione trasmettevano Inter-Ajax, morirono dilaniati in un attentato il brigadiere Antonio Ferraro di 31 anni e i carabinieri Donato Poveromo e Franco Bongiovanni di 33 e 23 anni. Rimasero gravemente feriti il tenente Francesco Speziale e il brigadiere Giuseppe Zazzaro.
Nonostante i morti fossero tre poveri carabinieri, immediatamente una cortina di depistaggi fu elevata per coprire i responsabili. Come per Piazza Fontana si diede per anni la colpa ai rossi; la strategia della tensione serviva per quello e funzionava così. Tra i principali depistatori vi fu il generale Dino Mingarelli, condanna confermata in Cassazione nel 1992 per falso materiale ed ideologico e per soppressione di prove, e il generale piduista Giovanbattista Palumbo, che all’epoca era comandante della divisione Pastrengo di Milano e che aveva competenza su tutto il Norditalia, che inventò la pista rossa di sana pianta. Per difendere gli assassini di tre carabinieri, due dei maggiori in grado dell’arma delle vittime, per anni ne fecero di tutti i colori, manomettendo e facendo sparire le prove, come si legge nelle sentenze e come racconta benissimo il giudice Felice Casson in un libro intervista che uscirà in futuro.
La strage avvenne a 15 giorni dall’omicidio Calabresi e tre settimane dopo le elezioni politiche del 7 maggio nelle quali l’MSI era cresciuto fino all’8.67%, massimo storico e ad un passo dal PSI. I colpevoli materiali della strage, condannati all’ergastolo con sentenza definitiva, erano gli iscritti all’MSI friulano Carlo Cicuttini e Vincenzo Vinciguerra insieme ad Ivano Boccaccio, ucciso pochi mesi dopo i fatti in uno strano tentativo di dirottamento aereo all’aeroporto di Ronchi dei Legionari. Con Peteano c’entrano tutti, i vertici dei carabinieri, l’MSI (al quale erano iscritti tutti i terroristi) la P2, Gladio, i servizi italiani e la CIA nel pieno della strategia della tensione. Destabilizzare per stabilizzare.
Per trappolare la 500 di Peteano furono usati materiali di Gladio conservati ad Aurisina e tecniche che venivano insegnate alla Folgore a Pisa. Risoltosi il problema di Boccaccio, restavano Cicuttini e Vinciguerra. Abbiamo già detto che la strategia della tensione serviva a destabilizzare per stabilizzare e proprio l’MSI la stava capitalizzando, come il voto del 7 maggio aveva appena dimostrato. E quindi i camerati andavano salvati. E qui interviene il nostro. Dopo la morte di Boccaccio a Ronchi, Vinciguerra e Cicuttini, segretario dell’MSI a San Giovanni a Natisone, in provincia di Udine, che faceva i comizi con Giorgio Almirante, nonostante non fossero ancora stati inquisiti per Peteano (le piste fasulle staranno in piedi per anni), si erano comunque resi latitanti. Latitanza dorata nella Spagna di Francisco Franco, dove il loro punto di riferimento era Stefano delle Chiaie e dove con questo si dedicavano al traffico d’armi. Cicuttini sposò perfino la figlia di un generale. C’era un solo punto debole del piano: la voce di Cicuttini registrata sia nei comizi dell’MSI sia nella telefonata con la quale Cicuttini attirò i carabinieri nella trappola a Peteano.
E fu proprio Giorgio Almirante, il fascista in doppio petto, quello rispettabile, quello con il senso dello Stato, a proteggere l’autore della strage di Peteano fino a mandargli 34.650 dollari statunitensi in Spagna proprio per operarsi alle corde vocali. Ciò è processualmente provato. Almirante consegnò personalmente i soldi all’avvocato goriziano Eno Pascoli che li fece avere a Cicuttini a Madrid, via Svizzera. Almirante e Pascoli, incriminati per favoreggiamento dell’autore della strage di Peteano furono rinviati a giudizio insieme. Ma mentre Pascoli sarà condannato, la condanna di Almirante seguirà un corso diverso. Il capo dell’MSI godeva infatti dell’immunità parlamentare dietro la quale si trincerò perfino per evitare di essere interrogato. La tirò avanti per anni di battaglie nelle quali non fu mai in dubbio la sua colpevolezza, finché non intervenne un’amnistia praticamente ad personam, della quale beneficiava solo in quanto ultrasettantenne. Giorgio Almirante, l’uomo d’ordine, dovette chiedere per sé l’amnistia perché il dibattimento lo avrebbe condannato e ne beneficiò (mentre il suo complice fu condannato) per il reato di favoreggiamento aggravato degli autori (militanti e dirigenti del suo partito) di un attentato terroristico nel quale vennero uccisi tre carabinieri. Non si parla di violenza politica o di strada, di giovani di destra e sinistra che si fronteggiavano e a volte si ammazzavano; stiamo parlando del peggiore stragismo. Dedichiamogli una strada, lo merita: Via Giorgio Almirante, terrorista.
È da tenere da conto anche il fatto che Almirante, negli stessi anni in cui favoreggiò Cicuttini, si esprimeva per la pena di morte da comminare ai “terroristi” (quelli “rossi”, ovviamente) che si fossero macchiati di reati di omicidio.

Ma vediamo anche cosa ha dichiarato, in più riprese, l’ex deputato missino Giulio Caradonna, iscritto alla Loggia P2, “classe 1927, volontario a 16 anni nella RSI e più volte deputato del Msi” (Gerardo Picardo su “Libero” dell’11/3/08). Nell’intervista rilasciata a Picardo, Caradonna parla degli scontri di Valle Giulia a Roma del 16/3/68, quando Almirante fu fotografato assieme ad alcuni picchiatori pronti per l’assalto.
Vedete le foto: Almirante, che era in seconda fila, per dimostrare la propria fedeltà a Michelini (l’allora segretario dell’MSI, n.d.r.) – che lo guardava sempre con sospetto nonostante fosse uno dei suoi collaboratori – chiese di essere lui a guidare l’assalto. In genere era contrario agli scontri, era più bravo a fare il martire. Ma quel giorno fu l’esecutore materiale dell’ordine di Michelini.

Almirante  (l'uomo col cappello) guida gli squadristi del MSI all'assalto di Giurisprudenza occupata nel 1968.

Almirante (l’uomo col cappello) guida gli squadristi del MSI all’assalto di Giurisprudenza occupata nel 1968.

I primi scontri all’Università di Valle Giulia erano avvenuti il 1° marzo ed avevano visto studenti sia di destra che di sinistra opporsi alle cariche della polizia. Ma questo “accordo interforze” non piacque ai dirigenti dell’MSI, che decisero di interromperlo e si dice fosse stato questo il motivo dell’invio delle squadracce il 16 marzo contro i “rossi” che avevano occupato la facoltà di Giurisprudenza.

Torniamo a Caradonna che, avendo fatto parte della P2, può essere considerato una fonte attendibile sulle vicende riguardanti la Loggia di Gelli. Caradonna ha rilasciato un’intervista al “Corriere della Sera”, pubblicata il 18/3/09, asserendo che il “venerabile maestro” della P2 Licio Gelli avrebbe iniziato a finanziare l’MSI proprio su sollecitazione di Almirante. Ecco le dichiarazioni di Caradonna: <<Gelli è una bravissima persona. (…) Da lui mi aveva mandato Almirante: “vedi un po’ di parlare con questo signore, perché senza il suo assenso i soldi ai partiti non arrivano”. La missione ebbe successo, e Gelli aiutò Almirante. (…) Giorgio mi espresse la sua eterna gratitudine.>>

Concludiamo con una nota ironica. Questa Canzone del Canzoniere delle Lame nacque in seguito ad un episodio del giugno 1971, quando Almirante si fermò per pranzare in un ristorante dell’autostrada fra Firenze e Bologna e il personale spontaneamente si rifiutò di servirlo.

Era giugno e faceva un gran caldo
Almirante affamato sbuffava
A Bologna di mangiare sperava
E al suo autista ordinò di frenar
Fermo al Motta di Cantagallo
Per pranzare e per fare benzina
Ma il gran caldo di quella mattina
Per un pezzo dovrà ricordar

Con i suo bravi sedette era stanco
Poi si alzò per andare nel bagno
Ma lo vide un barista compagno
E la lotta improvvisa scattò
E la lotta improvvisa scattò.

È Almirante si sparge la voce
È arrivato con i suoi camerati
Essi aspettan di essere serviti
Oggi in bianco dovranno restar
Basta un cenno e tutti i compagni
Dal self service ai distributori
Per i fascisti e i fucilatori
Gli gridavan qui posto non c\’è
Marzabotto è ancor troppo vicina
Faccia presto ad alzare le suole
Nelle fogne può dir ciò che vuole
Ma a Bologna non deve parlar.
Ma a Bologna non deve parlar.

Fu così che schiumante di rabbia
Se ne andò la squadraccia missina
Pancia vuota e senza benzina
Cantagallo dovette lascià
Era giugno e sull\’autostrada
Ma che caldo che caldo faceva
Almirante affamato spingeva
Nelle fogne a piedi tornò
Ed adesso come naturale
Il Carlino offeso si lagna
\”Poc da fèr mo\’ què a Bulagna
pr\’i fasesta an\’gn\’è gnanc
un panein.\”

aprile 2009

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12 dicembre: Spezzone autorganizzato e Presidio antifascista

Dodici dicembre ore 9.00 in Via Verdi (Trento)
Sciopero generale
SPEZZONE AUTORGANIZZATO
Contro i rigurgiti neofascisti, da Tor Sapienza a Trento.
In solidarietà con Chiara, Claudio, Niccolò e Mattia, contro cui il 17 dicembre verrà emessa la sentenza per l’attacco al cantiere del TAV in Valsusa.

OGGI COME IERI TERRORISTA E’ LO STATO
Dodici dicembre 1969: strage di Piazza Fontana.
Nel quarantacinquesimo anniversario, alle 20.30 al Palazzo della Regione Fratelli d’Italia – Alleanza Nazionale organizza una conferenza su Almirante con il senatore neofascista De Eccher, implicato nella strage.
E’ UNA PROVOCAZIONE INACCETTABILE.
CONCENTRAMENTO ANTIFASCISTA in Piazza Dante (Trento) dalle 19.00

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Tor Sapienza è anche qui!

Il testo che riportiamo è stato diffuso la scorsa settimana durante un’iniziativa itinerante nelle zone dei Solteri e di Santa Maria (Trento).

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TOR SAPIENZA E’ ANCHE QUI

A Tor Sapienza, periferia est di Roma, per tre giorni e tre notti si sono susseguiti attacchi
contro la presenza di un centro d’accoglienza per profughi (per lo più minori). Il pretesto?
Una molestia subita da una donna del quartiere, peraltro ben consapevole che gli stranieri
del centro non centravano nulla (vi sono “ospitati” per lo più nordafricani, lei dichiara di
essere stata aggredita da dei bianchi). A promuovere gli assalti sono stati pezzi del
neofascismo romano, ma in strada c’è andata tanta gente comune unita da rancore ed
esasperazione per la vita di merda in una periferia dimenticata. E a marciarci sopra c’ha
pensato tutto l’arco politico, dai fascisti in doppio petto di Fratelli d’Italia passando per il
nazileghista Borghezio, fino alla sinistra sempre pronta a fare a gara con la destra sui temi della sicurezza e del degrado. In meno di una settimana il centro viene chiuso e i profughi spostati altrove. Un precedente inquietante, a cui avranno guardato con attenzione tutti i neofascisti d’Italia.
I racconti di quei giorni e quelle notti ci hanno riportato alla mente episodi accaduti molto
più vicino a noi, lontano dalla metropoli e dalle sue contraddizioni, nelle valli rassicuranti
e nelle cittadine silenziose in cui abitiamo. A fine luglio una ragazza subisce un tentativo
di stupro a Marco, quartiere a sud di Rovereto che ospita un centro profughi e un campo
sinti. A nulla valgono le parole della donna, che dichiara di non sapere se il proprio
aggressore fosse un profugo e di non avere nulla contro i ragazzi del centro. Si scatena la
peggior canea razzista e repressiva. La polizia ne approfitta per prelevare il DNA a tutti i
settanta richiedenti asilo del centro (en passant, mesi dopo si verrà a sapere che sul corpo della donna non è stata rilevata nessuna traccia compatibile con i dati della schedatura), la Lega tuona in difesa delle “nostre donne” e per la chiusura del centro, il PD sia in circoscrizione che in comune si accoda alla richiesta (ma, ovviamente, per ragioni
“umanitarie”), i fascisti di Forza Nuova e Casapound fanno un presidio davanti al campo
profughi chiedendo il rimpatrio coatto (quelli del Veneto Fronte Skinhead già un paio di
volte avevano affisso striscioni davanti al centro). Risultato? In poco più di una settimana i
profughi da Marco verranno spostati ai Solteri, a Trento nord. A fine ottobre verrà
annunciato l’arrivo di un centinaio di richiedenti asilo nel centro di Marco, e Forza Nuova
ne approfitterà per farsi rivedere in paese, con una trentina di militanti chiamati apposta da Verona. L’episodio più inquietante avviene però durante la prima manifestazione di Forza Nuova: venuti a conoscenza della presenza dei fascisti e della loro intenzione, una volta concentratisi davanti al centro, di dirigersi in corteo verso il paese, un gruppo di compagni si piazza con megafono e striscione sulla strada che avrebbero dovuto percorrere i fascisti. Questi non si avvicinano nemmeno, in compenso parecchia gente di Marco scende in strada, non con i fascisti – a cui qualcuno rimproverava solo di essere “foresti” – ma con discorsi da pogrom che non sono sfociati in una spedizione punitiva contro il campo profughi solo per la vigliaccheria e l’incapacità organizzativa di chi li promuoveva. Dei profughi qualcuno diceva: “Che muoiano sotto le bombe, che affoghino in mare, a noi non interessa, basta che non vengano qui”. Le compagne che intervenivano al megafono apparivano, agli occhi di non pochi abitanti, “foreste amiche dei negri”. Se a Marco fossero stati presenti dei fascisti militanti, quale scenario si sarebbe delineato?
Mentre su Marco cala il silenzio, a Trento razzisti rasati e razzisti per bene fanno la voce
grossa: gli squadristi di Casapound (autori di decine di aggressioni nell’ultimo anno contro antifascisti, senza tetto, sinti, ragazzi “alternativi”) mettono striscioni contro
l’immigrazione davanti al centro profughi ai Solteri. Il comitato antidegrado (seguito a
ruota da sindaco, questore, commercianti, Lega Nord, Casapound e Fratelli d’Italia) si
inventa un’“emergenza degrado e microcriminalità” nelle zone di Piazza Dante, Portela,
Santa Maria e chiede più telecamere, più polizia, più ordinanze antibivacco, più controlli.
Non solo tutte queste richieste vengono accolte, ma spunta un progetto di riqualificazione
di Santa Maria spezzato in due tronconi: uno in partenza a dicembre, che interesserà la
parte bassa di via Roma, l’altro che, per la miseria di 480.000 euro, ripulirà Santa Maria,
via San Giovanni, Piazzetta 2 Settembre 1943, con cantieri che dureranno da maggio a fine estate. Fratelli d’Italia (quelli dell’ex picchiatore e stragista Cristiano De Eccher, quelli di Marika Poletti, che la svastica non la porta in piazza ma se la tatua addosso) fa gazebi
contro il degrado e la prostituzione in Portela e in Via Brennero, che funzioneranno
talmente bene che due giorni dopo ai Solteri qualcuno spara con un fucile a pallini contro
alcune prostitute, ovviamente straniere.
Fascisti, leghisti, sinistri democratici in delirio securitario, cacciata degli indesiderabili
mascherata da “emergenza degrado”, rancore sociale che anziché diventare rabbia contro i potenti si sfoga nel razzismo contro i più poveri. Gli ingredienti per una Tor Sapienza alpina ci sono tutti, in un’epoca in cui sembra che i poveri non debbano fare altro che scannarsi tra loro, a tutto vantaggio di chi li governa.
Ma le cronache di queste ultime settimane raccontano anche un’altra storia. A Milano
interi quartieri popolari resistono insieme contro i “duecento sgomberi in una settimana”
promossi dall’Aler (l’azienda delle case popolari), dal governatore leghista Maroni e dal
sindaco sinistro Pisapia. Picchetti davanti alle case occupate, presidi nelle piazze,
assemblee, cortei, resistenza sui tetti, fiaccolate, cariche, scontri, blocchi, barricate in
fiamme, attacchi al PD e all’Aler. Tutti insieme, senza distinzioni, italiani e immigrati,
“anarchici dei centri sociali” e proletari qualsiasi. Una donna incinta perde il figlio che
porta in grembo a causa delle manganellate dell’antisommossa. In centinaia le portano
solidarietà con un corteo, e la notte qualcuno attacca con pietre e bombe carta la celere che difende il commissariato di un quartiere in cui sono previsti gli sgomberi.
E noi, cosa vogliamo fare? Entrare nel baratro del presente dalla porta maestra della guerra tra poveri, o riscoprire la solidarietà tra chi non ha potere e organizzarci insieme per riprenderci ciò di cui abbiamo bisogno, contro padroni, politici, fascisti e polizia?

antifascisti contro la guerra tra poveri

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Raid fascista contro l’Ardita San Paolo

Riportiamo un articolo (tratto da Infoaut) sulla spedizione squadrista contro la squadra popolare dell’Ardita San Paolo (Roma), che ha visto coinvolti membri di CasaPound.

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Un’aggressione in pieno stile squadrista quella avvenuta ieri pomeriggio sugli spalti del campo di calcio di Magliano Romano, dove si trovavano i tifosi dell’Asd Ardita, squadra di terza categoria. Un vero e proprio agguato neofascista verificatosi ieri pomeriggio intorno alle 16: una cinquantina di persone, a volto coperto, sono scese da una decina di macchine con targa coperta e sono entrati nelle tribune del campo da calcio, aggredendo con inaudita violenza le persone che si trovavano sugli spalti in quel momento. Ad essere feriti in modo grave, almeno 6 tifosi dell’Asd Ardita, colpiti da manici di piccone e spranghe.

L’agguato di ieri era evidentemente pensato con cura per intimorire chi supporta un diverso modo di praticare lo sport, fuori dalle dinamiche presenti oggi nel mondo del calcio. Non è irrilevante infatti la natura dell’Asd Ardita stessa, una squadra di calcio popolare che porta avanti i valori dell’antirazzismo, solidarietà e aggregazione. Se gli autori dell’agguato sono riconducibili a ambienti dell’estrema destra, l’attacco sembra rivelare una doppia natura: i tifosi aggrediti infatti, non solo sono dichiaratamente antifascisti, ma portano avanti un progetto di condivisione e aggregazione di sport popolare. Una forma di praticare sport che inevitabilmente tiene uniti quell’insieme di valori che ai personaggini in doppiopetto invece creano dei pruriti, sfogati in vili aggressioni come quella di ieri.

Intanto oggi si apprende dai quotidiani nazionali che nove degli aggressori sono stati arrestati dai Carabinieri al casello di Civita Castellana e attualmente si trovano agli arresti domiciliari. Si tratterrebbe di 6 viterbesi e 3 romani, tutti riconducibili agli ambienti neofascisti di Roma e dintorni. Non è certo nostro interesse andare a vedere i risvolti processuali della vicenda, ma gli arresti di oggi testimoniano da una parte la natura dell’attacco, a differenza di quanto i quotidiani riportavano ieri, e continuano tutt’oggi, delineando la matrice neofascista come probabilistica ma non certa. Dall’altra parte, più importante sarebbe andare ad analizzare il clima e le conseguenze politiche e sociali della vicenda.

Di seguito il comunicato dell’Ardita San Paolo in merito all’accaduto.

COMUNICATO sui fatti avvenuti durante la partita Magliano Romano – ASD Ardita

Durante la partita di oggi abbiamo subito un’aggressione sugli spalti da parte di persone a volto coperte e armate di spranghe e bastoni.
Questi fatti ci lasciano attoniti in quanto non comprendiamo le motivazioni alla base di tale gesto.
Questa è la terza stagione che ci vede protagonisti all’interno dei campionati federali, nei quali abbiamo sempre riscosso un notevole successo in termini di partecipazione e consenso dimostratoci anche dalle società calcistiche incontrate sul nostro cammino.
In conclusione, questo attacco è da considerarsi rivolto non soltanto a noi bensì a tutte le società che promuovono un modello differente di sport e a tutte quelle realtà sociali che operano nei territori di Roma e limitrofi.

AVANTI ARDITA!

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Accesso negato nelle facoltà? Sì, ma a fascisti e razzisti!

Riportiamo qui di seguito il testo del volantino distribuito agli studenti universitari in occasione della campagna elettorale accademica, che quest’anno vede candidarsi una lista, presunta “apolitica”, legata ai giovani di Fratelli d’Italia.  

(1) Il logo del raduno nazionale dei giovani di Fratelli d'Italia...

(1) Il logo del raduno nazionale dei giovani di Fratelli d’Italia…

(2) ... e il logo della lista "indipendente e non ideologica" Atreju Trento.

(2) … e il logo della lista “indipendente e non ideologica” Atreju Trento.

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Quest’anno per le elezioni universitarie si è presentata fra le altre una lista dal nome Atreju Trento, che si definisce «un gruppo di studenti, eterogenei per provenienza che rivendicano la propria indipendenza da ogni organizzazione extrauniversitaria.»
La sigla, il logo e parte dei candidati di Atreju sono direttamente riconducibili a Fratelli d’Italia, partito che raccoglie i fascisti in doppiopetto dell’ex-Alleanza Nazionale.
In Trentino Fratelli d’Italia vede fra i suoi esponenti Manfred de Eccher e il padre Cristiano de Eccher, a suo tempo noto picchiatore neofascista, ritenuto dalle indagini sulla strage di Piazza Fontana come il custode del timer della bomba.
La loro (sporadica) attività politica a Trento nell’ultimo periodo si è limitata a fare da sponda agli squadristi di CasaPound, anche tramite la testata online “Secolo Trentino” (sempre pronta a dare spazio ai comunicati del Baluardo, sezione trentina di CasaPound) e a organizzare alcuni presidi “anti-degrado” contro la presenza nel centro di “accattoni e prostitute”.
Parole non rimaste prive di seguito, visto che, dopo uno di questi gazebi di Fratelli d’Italia, due prostitute sono state ferite con pistole a pallini da alcuni giovani.
Non è un caso che fra i punti del programma della “non-idelogica” Atreju Trento spicchi la richiesta di introdurre «badge per accedere ai bagni delle facoltà, al fine di impedirne l’uso ad accattoni e prostitute».
Una proposta chiaramente razzista, classista e perbenista, perfettamente in sintonia con le campagne cittadine di Fratelli d’Italia.
L’attività di Atreju/Fratelli d’Italia è l’ennessimo elemento di un clima di destra crescente a Trento, che accanto alla propaganda dei politicanti vede anche aggressioni contro antifascisti, giovani “alternativi”, sinti, senzadimora.
Per quanto ripuliti e in doppio petto, non possiamo accettare la propaganda di questi fascistelli nelle facoltà universitarie come nelle strade.
Non sono certo i poveri e gli emarginati da questa società che vogliamo tenere fuori dai luoghi che viviamo, ma bensì fascisti e razzisti di ogni risma e sotto ogni travestimento.

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Fascisti & polizia: dibattito teorico e dimostrazione pratica.

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Il 5 novembre, presso la facoltà di sociologia di Trento, si è svolto un incontro/dibattito sulla storia dello squadrismo fascista con un compagno della libreria Calusca di Milano. L’intervento del compagno ha ricostruito con molta precisione le caratteristiche dei fasci di combattimento e dei primi quattro anni del movimento mussoliniano. Sono emersi chiaramente i finanziamenti da parte degli agrari e degli industriali, la connivenza e poi la piena collaborazione da parte di polizia, carabinieri ed esercito, il ruolo della magistratura e della Chiesa, nonché gli aspetti logistico-organizzativi delle “spedizioni punitive” fasciste (i cui elementi fondamentali erano i camion messi a disposizione dall’esercito e i telefoni forniti da questure, caserme e prefetture). Nell’intervento – ricco di spunti per l’oggi – si è sottolineato come il fascismo del 1919 avrebbe potuto essere facilmente distrutto dalle forze proletarie se queste non si fossero fatte imbrigliare dalla politica e dalle sirene legalitarie.

Nel corso dell’assemblea si è parlato anche del presente e della palese (e sfacciata) collaborazione in atto a Trento tra fascisti di Casa Pound e le forze dell’ordine. Al termine dell’incontro è arrivata la dimostrazione pratica. Una quarantina di compagni se ne va in gruppo per accompagnare alle auto chi doveva ripartire. Due (e poi tre) pattuglie della polizia tagliano la strada ai compagni, con un poliziotto che urla “Fermatevi, zecche!” (nella concitazione del momento evidentemente aveva dimenticato il latino “ixodidae”). Gli agenti cercano di circondare compagne e compagni per perquisirli (gli articoli di giornale erano già pronti per la stampa?), ma la mossa degli antifascisti di partire in corteo li spiazza, nonostante il tentativo di caricarsi un po’ di gente sulle volanti. E i poliziotti rimangono così sul posto aspettando altre pattuglie.

Si è trattato di un chiaro tentativo di intimidire chi a Trento si muove contro la presenza neofascista, non a caso avvenuto a margine di un’iniziativa pubblica e partecipata. Da mesi la triplice alleanza giornali-fascisti-polizia si muove all’unisono, con i ruoli di fascisti e poliziotti che sembrano sovrapporsi. In nome della “lotta al degrado cittadino”, aumentano le aggressioni degli uni e le retate degli altri (a cui partecipano, come nell’episodio raccontato, poliziotti giunti da fuori regione).

Senza inutili anacronismi, cerchiamo di raccogliere e attualizzare alcuni insegnamenti storici. I fascisti sono uno strumento della classe dominante contro il quale vana e funesta è ogni “alleanza con le forze democratiche”. I fascisti non sono “un pericolo per la democrazia”, ma un miserabile ostacolo fra noi e i nostri sogni rivoluzionari. Il nostro antifascismo non è assolutamente difesa della società esistente e delle sue oppressioni: a questo ci pensano infatti fascisti e polizia, eterni cani da guardia del potere, e i fatti continuano a darcene conferma.

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Truppa d’assalto della borghesia – Incontro/dibattito

Truppa d’assalto della borghesia.                                                                                       1919-1922: lo squadrismo fascista e la resistenza proletaria.

Armato e finanziato da industriali e agrari, protetto da gendarmi e magistrati, il fascismo si è imposto con la violenza squadrista. Comprendere le sue origini è fondamentale per capirne la natura e la continuità nella storia italiana.

Anche oggi i “fascisti del terzo millennio” esprimono nelle aggressioni squadriste la loro principale attività, basti pensare alle decine di episodi accaduti a Trento a seguito dell’apertura di una sede di Casapound.

Ed è per contrastarli che è utile tornare a riflettere sulla forza e sui limiti delle prime forme di resistenza proletaria al capitalismo in camicia nera.

Mercoledì 5 novembre, ore 18.00 alla facoltà di Sociologia (via Verdi, Trento), intervento a cura della Libreria Calusca di Milano.

 

assemblea antifascista

trentoantifascista.noblogs.org

TRUPPAD'ASSALTO (1)

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Aggressione a Trento

Nella sera di lunedì 13 ottobre, un gruppo di persone al termine di una cena è stato aggredito nei pressi del cavalcavia della stazione dai fascisti di Casapound, arrivati di sorpresa alle loro spalle con le macchine. Il motivo, è stato essere sullo stesso tragitto che dovrebbe fare chi esce dal centro sociale Bruno.

Il salto di qualità è rappresentato dal fatto che i fascisti abbiano attaccato con il volto coperto. Gli aggressori in superiorità numerica, hanno picchiato, minacciato e insultato i ragazzi e le ragazze presenti.

Facciamo notare che questo è quanto riporta un solo giornale di Trento (il Corriere del Trentino per la precisione). L’Adige e Il Trentino negli stessi giorni ribadivano la loro opera di costante copertura ai fascisti e alle loro azioni politiche, con articoli su cavalli e degrado in centro storico, per niente esplicativi della situazione in città.

Evidentemente il fatto di informare i lettori dei quotidiani su come si muovano i bravi ragazzi di Casapound non è cosa gradita a qualcuno dei piani alti..

Quest’ultima aggressione di lunedì scorso, non è l’ultima e non riguarda solo i “militanti” (questo potrebbe essere un distinguo per qualcuno). Nel mese di settembre si son contate un altro paio di aggressioni in dodici, tredici contro una o due persone.

Solidarietà e vicinanza ai ragazzi e alle ragazze aggrediti.

Non sarà certo l’omertà di qualcuno a fermare l’antifascismo.

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