Atene, fascisti attaccano spazio occupato: respinti!

da infoaut.org

Oggi 1mo agosto, 100 membri del partito Alba Dorata hanno attaccato il nostro spazio occupato, epavli kouvelou con il benestare della polizia greca. toso_kontaL’episodio non è accaduto per caso, in quanto tutto è successo durante una parata di moto che era stata programmata e che partiva dalla loro vecchia e ormai dismessa sede per terminare presso i loro nuovi uffici in Marousi*. Durante l’attacco 30 compagni erano all’interno dello spazio. Sebbene fossimo in numero inferiore, li abbiamo respinti con successo nonostante l’aggressione fosse ben organizzata e sia durata a lungo (loro avevano spranghe di metallo, coltelli in bella mostra, sfollagente, scudi, ecc).

Le forze di polizia (le squadre MAT e DELTA) sono comparse in gran numero e hanno circondato lo spazio, polemos_nevrondopo aver permesso che i membri di Alba Dorata agissero indisturbati per tutto il tempo (15 minuti) e quando i neonazisti se ne erano ormai andati. A causa del loro feroce assalto (dei membri di Alba Dorata), alcune auto parcheggiate lungo la via sono state denneggiate e alcuni compagni che si trovavano dentro lo spazio hanno riportato lievi ferite. I vicini dello spazio hanno espresso la loro solidarietà soccorrendoci immediatamente e rimanendo davanti allo spazio finché gli sbirri non li hanno portati via*.

 

Durante I periodi di crisi, quando ci viene strappata ogni cosa, i fascisti di Alba Dorata sono la lunga mano dello Stato e del capitale.

Noi non lasceremo strade e piazze ai fascisti!

Tolleranza zero per gli assassini neonazisti!

 

I compagni del Epavli Kouvelou

 

*Marousi è un quartiere periferico situate nell’area nord di Atene, Epavli Kouvelou è uno spazio occupato che si trova a Marousi da ormai 4 anni. Il partito di Alba Dorata un mese fa ha annunciate il trasferimento della loro sede dell’area nord di Atene da Neo Irakleio a Marousi. Il giorno seguente l’annuncio, gli uffici della loro sede sono stati attaccati dagli antifascisti e una settimana dopo si è tenuta nel quartiere di Marousi una grande manifestazione antifa

 

**I vicini hanno sostenuto attivamente lo spazio fornendo materiale per il pronto soccorso e cure ma anche insultando i poliziotti.

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30 di luglio tutti i giorni

Oggi è un giorno da ricordare. Quarantaquattro anni fa, gli operai della Ignis, “l’attuale” ex Whirpool, impedirono un’assemblea della Cisnal, il sindacato fascista dell’epoca, nonostante questi avessero chiesto e ottenuto i permessi dal pretore e dal padronato (per chi ancora ha difficoltà a capire il concetto di servi dei padroni). Per questo furono aggrediti da delle squadracce fasciste come risposta alla loro determinazione, due operai, Adriano Mattevi, 25 anni e Paolo Tenuta, 19 anni, rimasero feriti al ventre e in altre parti del corpo per via delle coltellate ricevute, un terzo venne portato in ospedale con il volto tumefatto. Poco distante dai cancelli trovarono due fascisti, Mitolo e Del Piccolo con un accetta in borsa: quanto bastava per capire il loro coinvolgimento nei fatti. Furono presi e portati in corteo; cinque lunghi chilometri di gogna, da Spini di Gardolo fino in centro.

Il pensiero di oggi va agli operai della Ignis e a chi quel giorno si fermò e decise di scendere in strada con loro. Perché la lezione di quanto successo sia patrimonio di tutti.

 

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Trenta luglio alla Ignis

Questa mattina, davanti ai cancelli
sono arrivati trenta fascisti:

erano armati di bombe e coltelli,
questi di Borghi son gli squadristi.

Han cominciato tirando sassi

contro i compagni di un capannello;
alle proteste han risposto sparando:

tre ne han feriti con il coltello.

Noi operai gli siam corsi dietro
ma quei vigliacchi sono fuggiti,

approfittando della confusione
mentre portiamo in salvo i feriti.

Subito dopo la vile aggressione

ecco arrivare due capi fascisti;
van con la borsa dal porco padrone

a prender la paga pei loro squadristi.

Li abbiamo presto riconosciuti:
uno è Del Piccolo, quell’assassino,

e l’altro è Mitolo, capo fascista,
torturatore repubblichino.

Dentro la borsa, coi passaporti,

hanno una scure ben affilata:
questa è la prova che i due compari

la sanno lunga su come è andata.

Gli abbiamo fatto alzare le mani,
gli abbiamo messo al collo un cartello

con sopra scritto: « Siamo fascisti,
facciam politica con il coltello ».

E dalla Ignis fino in città,

mentre tremavano per la vergogna,
li abbiam portati in testa al corteo

e tutta Trento li ha messi alla gogna.

E in fin dei conti vi è andata bene,
perché alla fine della passeggiata

quella gran forca che meritate
non ce l’avete ancora trovata.

Cari compagni, quella gran forca

dovremo farla ben resistente,
per impiccarci, assieme ai fascisti,

il padron Borghi porco e fetente.

Cari compagni, quella gran forca
dovremo farla ben resistente

per impiccarci, assieme ai fascisti,
ogni padrone, porco e fetente.”

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30 luglio

30-luglioWEB

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Omicidio Fanella, la rete nera di Ceniti dal Trentino al Kosovo

da il fatto quotidiano

Sono tracce solo apparentemente labili quelle che Giovanni Battista Ceniti – il ragazzo 29enne membro del commando che ha ucciso il cassiere di Gennaro Mokbel Silvio Fanella il 3 luglio a Roma – ha lasciato alle sue spalle. Poco o nulla si conosce pubblicamente della sua attività politica nell’area dell’estrema destra: una militanza in Casa Pound di Verbania, terminata alla fine del 2012. Poi il buio. “Un anno e mezzo fa si è come immerso, ha cancellato il suo profilo Facebook”, raccontano alcune fonti molto vicine a lui. E aggiungono: “A noi raccontava che andava a gestire il fine settimana una pizzeria ad Arco, in provincia di Trento. Ci sembrava curioso farsi centinaia di chilometri per lavorare in un posto così lontano”. Ed è proprio da Arco, piccola cittadina a tre chilometri da Riva del Garda, che appaiono le tracce più consistenti lasciate da Ceniti. Una sorta di doppia vita sconosciuta per i suoi amici di Verbania. Tracce che portano all’area “rossobruna” dei cosiddetti “comunitaristi”, tra neofascisti ed ex mercenari, con fili legati all’esperienza diAvanguardia nazionale.

La seconda vita di Ceniti e le missioni in Kosovo – Occorre partire dalla pizzeria Avalon, locale in stile medioevale aperto un anno fa sulla strada provinciale che collega Arco con Riva del Garda. Era questo il riferimento che il giovane rimasto ferito forniva a chi gli chiedeva cosa facesse nelle sue trasferte in Trentino. “Io Giovanni Ceniti non l’ho mai visto”, assicura Giovanni Battista Deledda, un imprenditore sardo arrivato sul Garda una trentina di anni fa, titolare della Degio srl, società proprietaria del locale. “Non è assolutamente vero che quel ragazzo fosse mio socio, come hanno scritto i giornali”, spiega. E ha ragione: in camera di commercio e negli uffici comunali nulla lega Ceniti al locale. Ma il racconto va oltre: “Dopo l’uscita di questa notizia – spiega Deledda – ho ricevuto la visita di persone strane; con loro c’era anche uno straniero”. Ora ha paura, ha chiesto anche aiuto alle forze dell’ordine. Dunque una bugia quella raccontata da Ceniti agli amici. Per coprire cosa? I viaggi del giovane di Verbania sul Garda sono, però, un dato certo, che trova diverse conferme. Almeno quattro persone lo riconoscono nelle foto: “Sì, ricordo bene questo ragazzo, girava da queste parti”, raccontano alcuni camerieri di locali pubblici di Arco. Ancora più diretto e preciso è il ricordo del personale del pub di Riva del Garda “Moby Dick”, considerato uno dei ritrovo dell’area di estrema destra: “Ma questo è Giovanni! Andavamo ad arrampicare insieme, certo che me lo ricordo”, racconta un cameriere. “L’ultima volta che è stato qui? Sicuramente lo scorso aprile”, spiega. Poi si chiude in una serie di “non so”. Il Moby Dick è uno dei due locali gestiti da Walter Pilo, imprenditore con un passato nel Fronte della gioventù e in Forza nuova. “Non rinnego nulla, ma non ho mai avuto rapporti con Ceniti”, spiega al telefono a ilfattoquotidiano.it. Da diversi anni dirige un’associazione culturale attivissima nel panorama della destra di Riva del Garda, “L’uomo libero”. Si occupano prevalentemente di missioni all’estero. Il Kosovo e la Birmania sono le due mete preferite e, più recentemente, la Crimea degli “italiani perseguitati da Stalin”. Ed è proprio in questo contesto che appaiono le tracce della vita politica recente di Ceniti. In stretta compagnia con il leader nazionale di Casa Pound, Gianluca Iannone, che – dopo l’agguato della Camilluccia – si era prodigato nel definire il ruolo del giovane di Verbania come marginale nell’organizzazione: “Non era un dirigente, solo responsabile di una zona in provincia di Verbano- Cusio-Ossola”. Un qualche peso, però, lo aveva.

Sono del dicembre del 2010 le foto pubblicate sulla rete che ritraggono Ceniti insieme al leader di Casapound Gianluca Iannone in Kosovo (qui a fianco; Ceniti è il primo a sinistra), durante una missione organizzata proprio dall’associazione “L’uomo libero” di Riva del Garda. Un viaggio finanziato anche con contributi pubblici, che la Regione autonoma del Trentino Alto Adige eroga fin dalla fine degli anni ’90 all’associazione di Walter Pilo. Un fiume di soldi, confermati anno dopo anno. A cosa servisse quel viaggio non è del tutto chiaro: Iannone, nel suo diario, racconta pochi dettagli sul progetto umanitario: “L’installazione di due generatori elettrici all’interno di due enclavi serbe”. Ma anche incontri politici e la programmazione di futuri viaggi. Tra i guerriglieri in Birmania l’associazione L’uomo libero ha poi contatti stretti con un’altra Onlus strettamente legata a Casa Pound, la Popoli di Verona. Guidata da Franco Nerozzi, coinvolto nel 2002 in una storia di mercenari nelle Comore, da anni assiste i guerriglieri Karen della Birmania(foto sotto). Tante, tantissime missioni, alcune delle quali organizzate in collaborazione con il gruppo trentino di Walter Pilo, frequentato da Ceniti fino ad un paio di mesi fa. Ufficialmente l’organizzazione Popoli si occupa di assistenza umanitaria, curando i guerriglieri Karen. Nei loro viaggi si fanno scortare da gruppi armati nella foresta al confine con la Tailandia, come mostrano le foto di un’altra missione del leader di Casa Pound Gianluca Iannone, questa volta nella giungla del sudest asiatico.

Le associazioni dell’area “rossobruna” stanno molto attente ad evitare un’immediata identificazione con le frange dell’estrema destra. Ma a Riva del Garda i loro militanti alla fine sono gli stessi che gravitano attorno a Casa Pound. Una serie di sigle che compongono un network nero. Dietro la vetrina immacolata di Riva del Garda si nasconde una presenza neofascista ormai consolidata. Qui ha esordito in politicaCristano De Eccher, l’ex senatore di Forza Italia noto per proposto l’abrogazione delle norme costituzionali che vietano la ricostituzione del partito fascista. Un principe trentino nerissimo, con un passato in Avanguardia nazionale, che entrò nell’inchiesta su Piazza Fontana per i suoi stretti rapporti con Franco Freda. E in Trentino – ad una quarantina di chilometri da Riva del Garda – si era rifugiato anche un volto noto del panorama fascista milanese, Alessandro Todisco, detto Todo. Un nome che riporta, ancora una volta, a Giovanni Ceniti. La compagna del ragazzo ferito nell’agguato della Camilluccia – la milanese Nicoletta Cainero – è l’ex moglie di Todisco. Attivissima nel mondo dell’estremismo nero di Milano, ha gestito per anni “Il rifugio di Rohan”, ritrovo neofascista vicino a Viale Certosa. L’ex marito Todisco – tra i capi degli “Irriducibili” dell’Inter – da qualche anno gestisce un pub a Pelugo – borgo con 350 anime – punto di ritrovo per le frange più estreme del tifo organizzato. Nessun contatto – almeno apparente – con l’area di Riva del Garda; un pezzo, sicuramente, di quella galassia nera che ha la sua roccaforte a cavallo tra Trentino, Veneto e Lombardia. Tra onlus rispettabili, missioni all’estero e saluti romani.

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Ai sinceri democratici pt.4

Corteo fascio-leghista a Roma, Borghezio a braccetto con Casapound

La Lega nord è il partito del razzismo democratico. L’icona della pulizia etnica in nome della liberazione di non bene precisate zone d’Italia, ma che poi finisce immischiata in storie di tangenti e corruzione. E questo giusto per una breve presentazione. In mancanza di credibilità per le elezioni, usa la carta già usata in tempi meno recenti, cercando sponde nell’estrema destra, leggisi questo giro Casapound, per raccogliere il numero di voti per non perdere il treno del potere. L’elezione di Borghezio (si si, Borgezio, quello lì..) al parlamento europeo avviene al grido di “difendiamo Roma dall’immigrazione”, dopo aver condotto per anni, tra le altre, la battaglia contro Roma ladrona (ma è comoda la poltrona, recita una scritta in città) reinventandosi difensore della identità romana. Infinite le vie per un posto in parlamento, in questo caso è chiara la boutade da parte dei leghisti e dei fascisti: da una parte i primi, cercano appoggio in zone non propriamente consone alla loro “etnia” per accaparrarsi i voti necessari con i proclami populisti per tornare ai vecchi tempi e dall’altra, i fascisti possono appoggiarsi ancora una volta a partiti politici di un certo “peso” e godersi anche loro un posto al sole.

Uno scenario ipotizzabile pure qui in fin dei conti: tra i fascisti “ribelli” che invocano più polizia contro il degrado (e casualmente nell’oscurità a qualcuno gli scappa più di una bottiglia piena di benzina verso il campo dei Sinti vicino alla motorizzazione) e la Lega che farnetica la solita litania contro gli immigrati le differenze non sono poi così tante quando si tratta di fare la guerra ai poveri… È la democrazia baby. Enjoy it!

da contropiano.org

Che ci faceva l’ultrà della Padania Mario Borghezio assieme ai camerati – per definizione nazionalisti italiani – di Casapound nelle vie del quartiere romano dell’Esquilino? Marciavano insieme, mettendo da parte gli aspetti non coincidenti della loro ideologia (anche perché la Padania non esiste…) per gettare veleno contro stranieri e migranti, accomunati negli slogan e negli striscioni, in un’unica invettiva, al degrado e all’abbandono di cui in effetti il quartiere soffre, e non certo solo negli ultimi mesi. La manifestazione era stata organizzata dagli squadristi di Iannone, nel quartiere tra i più multinetnici della Capitale, dove tra l’altro sorge la sontuosa sede del movimento neofascista gentilmente donata ai camerati dalla precedente amministrazione capitolina.

In campo, per l’occasione, tutta la retorica razzista e xenofoba che caratterizza la velenosa propaganda dell’estrema destra. “Non ne possiamo più di centri e campi rom, prima ci siamo noi”, recitava uno striscione e “Alcuni italiani non si arrendono” un altro. Slogan poco in linea con i problemi del quartiere. Ma perché denunciare e affrontare i problemi veri dei romani quando più semplicisticamente basta indicare il capro espiatorio di turno?
A sfilare nella mattinata di oggi da Piazza dell’Esquilino fino a Piazza Madonna di Loreto sono state alcune centinaia di persone, accompagnate da un contistente numero di tricolori italiani e di bandiere della composita galassia dell’estrema destra. A mo’ di foglia di fico per i fascisti del terzo millennio sono stati esposti alcuni abitanti di alcuni quartieri della periferia est di Roma, Settecamini e Ponte di Nona, per dire “basta ai fumi tossici dei campi rom, basta all’immigrazione incontrollata, basta ai centri d’accoglienza”.
“La nostra non è una manifestazione razzista” ha avuto la faccia tosta di raccontare alle agenzie di stampa uno dei caporioni romani di Casapound, Mauro Antonini, che poi ha aggiunto: “Ci sarebbero altre soluzioni per ospitare e integrare meglio gli immigrati, come ad esempio alcune aree rurali intorno al Raccordo (!) e inoltre contestiamo che i flussi immigratori arrivino tutti qui e non in altre capitali d’Europa”. Peccato che in Italia, e a Roma, negli ultimi anni la maggior parte degli immigrati siano solo di passaggio proprio diretti alle ‘altre capitali d’Europa’ e sempre più sono quelli che lasciano il nostro paese alla volta di stati dove è più facile trovare lavoro. Ma la demagogia xenofoba funziona così, basta vomitare un po’ di veleno contro gli ‘stranieri’, non importa che le tre frasi messe in fila per l’occasione siano razionali o fondate su elementi di verità.
Insieme ai fascisti del terzo millennio e il solitario ma ingombrante Borghezio a sfilare in un quartiere indifferente – ma purtroppo tollerante – c’erano anche alcuni esponenti romani di Fratelli d’Italia, partitino di estrema destra attaccato al cordone ombelicale di Silvio Berlusconi ma che si dà arie da Msi redivivo.
Un’alleanza antimmigrati, quella tra Casapound, Borghezio, Fratelli d’Italia e altri gruppuscoli dell’estrema destra, che era già stata sperimentata nei mesi scorsi, in particolare durante la campagna elettorale per le elezioni europee che ha visto uno degli esponenti più trinariciuti della Lega Nord – eletto poi a Strasburgo proprio nella circoscrizione dell’Italia centrale – infilare una lunga serie di provocazioni. Alcune delle quali rintuzzate egregiamente, come quando venne contestato da alcune donne mentre sputava falsità e veleno nel quartiere di Tor Pignattara, a pochi metri dalla scuola Pisacane. “Sono qui per sostenere tutti i cittadini che vogliono reagire all’invasione degli immigrati a Roma, perché questa città merita di essere difesa” ha spiegato l’europarlamentare ai giornalisti in un poco credibile impeto di amore per la capitale per anni insultata al grido di ‘Roma ladrona’. Una passione per la capitale, quella di Borghezio, che lo porterà nei prossimi mesi ad amplificare la sua presenza in città visto che lo stesso leghista ha annunciato: “Visiterò uno per uno tutti i quartieri e promuoverò anche la creazione di comitati di cittadini”. Non pervenuti, stamattina, gli esponenti di Sel e Pd che nei giorni scorsi avevano definito la manifestazione inaccettabile, una provocazione nei confronti della resistenza antifascista ecc ecc.

Intanto i rap­porti tra Casa Pound e la Lega si consolidano, e non solo a Roma, ma anche nei bastioni del movimento guidato da Matteo Salvini che ha spostato parecchio a destra i linguaggi e l’identità politica nella speranza di guadagnarsi i consensi di un certo elettorato deluso o orfano di Silvio Berlusconi. E la banda di Iannone ne approfitta per fare capolino in territori nei quali è sempre stata assente o assai debole, soprattutto al nord.

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Roma. Un morto “pesante” nelle relazioni tra neofascisti e criminalità organizzata

Da Contropiano.org

C’ è stato un agguato mortale oggi a Roma, nella esclusiva e ricchissima zona di via della Camilluccia. Ma l’uomo ucciso nella sua abitazione non è un personaggio qualsiasi. Si tratta di Silvio Fanella, agli arresti domiciliari dopo la condanna a 9 anni pel’operazione di maxiriciclaggio che coinvolse Telecom Italia Sparkle – Fastweb e aprì un vero e proprio vaso di Pandora. Ma nella sparatoria di oggi c’è anche un ferito grave molto interessante. Si tratta di Giovanni C., (chissà com’è ma il cognome non è stato reso noto anche se secondo alcune fonti si tratterebbe di Giovanni Battista Ceniti) di ventinove anni, esponente neofascista ritenuto vicino a Casa Pound, che secondo le prime ipotesi avanzate degli inquirenti farebbe parte del commando che ha ucciso Fanella. L’esponente neofascista ferito è stato portato in codice rosso al Policlinico Gemelli dove è stato sottoposto a un intervento chirurgico perché colpito da un colpo di arma da fuoco. Le sue condizioni sono gravi e la prognosi è riservata. Nel frattempo il capo di Casa Pound Iannone smentisce ogni legame tra il ferito e la sua organizzazione minacciando querele a chi afferma il contrario. Ceniti risulta comunque essere stato un militante di Casa Pound in Piemonte fino al 2012, ma poi secondo Iannone sarebbe stato espulso. Se ricordiamo bene però anche nel caso di Casseri a Firenze -il fascista che uccise due immigrati senegalesi – il modello di reazione da parte del capo di Casa Pound fu esattamente lo stesso.

L’uomo ucciso, Silvio Fanelli, era considerato il cassiere di Gennaro Mokbel, l’imprenditore neofascista romano condannato a 15 anni, uno che al telefono si vantava di avere “80 uomini delle forze d’ordine a libro paga” e con ottimi collegamenti con il boss della criminalità del litorale romano, Fasciani. Con il quale si fa intercettare al telefono mentre decanta le possibilità di fare un mucchio di soldi con l’operazione Punti Verdi Qualità avviata dal Comune di Roma alcuni anni fa. Durante le indagini sull’affaire Mokbel, la magistratura, fra le molte altre cose, indica i rapporti di Mokbel con Antonio D’Inzillo, uno dei fondatori dei gruppo terroristico di estrema destra dei NAR e noto sodale della Banda della Magliana: il personaggio del “Nero” del film e della fiction “Romanzo criminale” è ispirato a lui. Ma della cricca di Mokbel fa parte anche un certo Silvio Fanella, che i magistrati considerano il cassiere della cricca stessa. Nel luglio 2000, Fanella aveva rilevato il 50% delle quote della “Mondo Verde”, una società fondata dal noto fascista che per un periodo è stato il capo della segreteria del sindaco Alemanno, Antonio Lucarelli, e da due suoi cugini. In quella data, Antonio Lucarelli aveva già lasciato l’impresa, impegnato nel suo ruolo di portavoce dell’organizzazione di estrema destra Forza Nuova: è lui che gestisce le mobilitazioni contro il Gay Pride, arrivando a minacciare l’uso della forza per impedire fisicamente la manifestazione dei “froci”. Dopo pochi mesi, però – rivela l’Espresso – Silvio Fanella rivende le sue azioni ad “una ditta amministrata da tal Fabrizio Moro. Sarà un caso, ma Moro è un amico di Lucarelli. Sarà una coincidenza, ma per la Mondo Verde targata Moro lavorerà in alcuni progetti – come ha rivelato Repubblica – il cognato di Gennaro Mokbel”.

Fanella, nel 2010 era stato accusato di associazione per delinquere transnazionale pluriaggravata finalizzata al riciclaggio: era accusato dalla procura di Roma di aver “organizzato, diretto e controllato, con altri, il materiale trasferimento delle somme indebitamente sottratte all’erario e il relativo reinvestimento in attività lecite ed illecite, il controllo delle attività investigative in atto, l’assistenza alle famiglie degli associati che si erano allontanati dal territorio nazionale, l’intestazione fittizia di beni riferibili all’associazione medesima in Italia e all’estero, la movimentazione di somme e preziosi in Italia e all’estero e il rientro nel nostro Paese dei capitali illecitamente acquisiti, ai fini del loro reinvestimento e in particolare ai fini dell’acquisto di immobili, attività commerciali, preziosi e altri beni”. Per la Procura della Repubblica di Roma, Silvio Fanella, assieme al neofascista Mokbel ed altri, aveva avuto un ruolo nella costituzione di “alcune società in alcuni paesi appartenenti alla ‘black list’, impartendo direttive mediante ordini trasmessi per via telematica, inviando emissari all’estero, gestendo di fatto la collocazione e la distribuzione dei capitali illecitamente acquisiti”. Il processo per la maxitruffa, si è concluso con le assoluzioni del fondatore di Fastweb Silvio Scaglia e dell’ex ad di Tis Stefano Mazzitelli, mentre Mokbel e Fanelli sono stati condannati.

La compravendita di preziosi, in particolare diamanti, era uno dei canali usati, insieme ad opere d’arte, dipinti e sculture, per il riciclaggio da parte del gruppo di Mokbel, e proprio Silvio Fanella era uno degli uomini chiave dell’inchiesta.  Le piste dei diamanti come è noto portano in Africa e chi sarebbe morto in Africa? Il fondatore dei Nar Antonio D’Inzillo, il “nero” collaboratore di Mokbel. Ma il suo cadavere non è stato mai trovato perché sarebbe stato subito cremato in Kenya. E se fosse ritornato dall’oltretomba a riscuotere qualcosa? L’omicidio eccellente di oggi a Roma riapre scenari inquietanti – ma non certo sorprendenti – sulle connessioni tra fascisti e criminalità organizzata che in questi anni abbiamo cercato di documentare ampiamente.

Per saperne di più: Il lavoro sporco dei fascisti del terzo millennio

Segui gli aggiornamenti in http://contropiano.org/archivio-news/documenti/item/25044-diamanti-e-piste-nere-a-roma

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Bologna. Ordigno esplode davanti a sede di Casa Pound

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Apprendiamo dai giornali che nella notte fra l’uno e il due luglio un ordigno ha provocato danni alla saracinesca e alle finestre della sede di Casa Pound in via Malvoglia a Bologna.

Un’azione che esprime una delle varie forme dell’antifascismo, di cui difendiamo, senza la pretesa di rappresentare nessuno, l’insieme delle pratiche.

Pensiamo che ognuno dovrebbe dare il proprio contributo affinchè nessuno spazio fascista venga più aperto nè a Trento nè altrove. Solo auto-organizzandoci riusciremo a cacciarli.

Assemblea Antifascista ogni mercoledì ore 18.00 a Sociologia, Trento.

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Degrado e riqualificazione

da macerie
 

Di seguito un articolo su quanto accaduto a Torino e che merita qualche riflessione rispetto alla realtà trentina.

TORINO
Qualche giorno fa, abbiamo letto un testo, distribuito tra Via Madama e Corso Dante per un’occasione specifica, il cui significato non si esaurisce in precise coordinate spazio temporali e che pensiamo che meriti una più ampia diffusione. Ve lo riproponiamo con piacere, ma prima, due parole sui fatti.

A partire dal pomeriggio di mercoledì 26 giugno San Salvario è completamente militarizzata, con numerose camionette di Polizia schierate in diversi angoli del quartiere. Per una volta non si tratta di una retata: in programma c’è una manifestazione contro il degrado, di quelle che di tanto in tanto si vedono sfilare anche in Aurora o Barriera.
Il tono del manifesto di indizione lascia trasparire lo zampino di Casa Pound che, al confine Sud di San Salvario, ha la sede del suo circolo torinese, l’Asso di Bastoni. Nonostante il tentativo di mascherare l’odore, indossando il vestito buono del cittadino indignato contro il degrado, la puzza di fascista arriva al naso dei più, e sono tanti a voler impedire ai camerati del terzo millennio di declinare in chiave razzista l’esigenza di maggiore sicurezza che denunciano giornali, associazioni di commercianti, e, non va negato, anche gli abitanti del quartiere.

Sono due i presidi concomitanti all’iniziativa, uno in largo Saluzzo, l’altro in corso Dante angolo via Madama Cristina, con l’obiettivo di disturbare la passeggiata antidegrado. Da largo Saluzzo si parte poi in corteo per rimpolpare l’altro presidio, più vicino all’Asso di Bastoni, luogo del concentramento. Ai cittadini contro il degrado non resta che sfilare ben protetti da scudi e manganelli. C’è comunque da chiedersi come mai a San Salvario certi discorsi trovino terreno fertile. Infatti alla manifestazione antidegrado hanno partecipato anche persone e abitanti del quartiere tra i quali spuntavano, ben poco mimetizzate, le teste rasate.

San Salvario sta affrontando, come altri pezzi di città, un processo di riqualificazione che ha comportato negli ultimi tempi un aumento consistente di sfratti e di retate volti ad allontanare chi non riesce a stare al passo dei cambiamenti del quartiere. Tra effetti e obiettivi della rigenerazione urbana, infatti, c’è l’aumento dei costi di locazione e l’incentivazione di nuove attività economiche che rilancino l’immagine generale della città. Solo coloro con un certo tenore di vita compatibile con la trama della nuova economia metropolitana sono i destinatari della vivibilità commerciale dei quartieri riqualificati. Gente che può permettersi di pagare fior di soldi per comprare o affittare la casa, e possibilmente fa una spesa col marchio bio. Le trasformazioni dello spazio quotidiano, in questa parte di città un tempo popolare, hanno generato un senso di insicurezza generale che spesso si tramuta in conflitti tra i vari abitanti e avventori, distogliendo lo sguardo dai veri responsabili della gestione urbana, padroni e Comune.

 Ecco la chiacchierata fatta il giorno dopo ai microfoni di Radio Blackout e il volantino di cui parlavamo in apertura:

 Degrado/Riqualificazione

Negli ultimi anni le questioni relative alla vita in città hanno assunto un ruolo centrale nel discorso politico e, di riflesso, nell’immaginario diffuso, non solo di chi vive in zone metropolitane. Il perché questo stia accadendo proprio ora è da ricercarsi nell’esigenza di staccarsi da un’immagine di città tradizionale considerata esclusivamente come motore di produzione dell’industria pesante. Torino, all’interno di questo scenario, è un caso esemplare di come i governanti stiano mettendo in atto dei processi di riqualificazione in grado di costruire una nuova immagine spendibile in nuovi termini economici: da polo barocco passando per la città-fabbrica, il capoluogo piemontese è ora investito da forme di rappresentazione che lo proiettano sul mercato internazionale, e che ne fanno un fulcro della modernità, anzi di quella post-modernità che si alimenta con le start-up innovative, con i centri d’arte e di design, con i grandi eventi. Questi nuovi centri di produzione, promossi da grandi aziende, banche e proprietari immobiliari, impongono una gestione dello spazio urbano che passa attraverso modificazioni radicali di quartieri da tempo ignorati dai grandi interessi economici.
Zone alle porte del centro come San Salvario e Porta Palazzo, pezzi di città strategici nella nuova geografia della mobilità come Barriera di Milano, borgate popolari proposte come sedi aziendali come San Paolo e Aurora, sono la prova che questi processi invasivi hanno ripercussioni tangibili sulla popolazione che questi quartieri li ha sempre vissuti. Infatti nel dar nuova forma alla città l’amministrazione cittadina, regista della riqualificazione, si muove su un doppio livello: da una parte, intraprendendo una gestione diversa da quella welfaristica del secolo scorso, si impegna a mobilitare e indirizzare capitali secondo un piano strategico di promozione dell’area metropolitana; dall’altra, attraverso i media locali, fa un uso politico del discorso sul degrado, dispositivo per preparare il terreno al cambiamento concentrando l’attenzione cittadina su una serie di problematiche legate alla vivibilità.
Non a caso questo discorso diventa preponderante laddove la popolazione è modesta e cerca di arrangiarsi per sbarcare il lunario, talvolta al di fuori di un quadro di legalità o governabilità. Il degrado viene riferito così alle persone che costituiscono un ostacolo allo sfruttamento futuro della potenzialità economica, mentre dev’essere chiaro che questo è dovuto al fatto che i padroni hanno continuato ad arricchirsi grazie ad affitti troppo onerosi per palazzi fatiscenti e a lavori mal pagati.
Adesso però che si decide di investire in questi quartieri, chi ci ha abitato finora, in buona parte immigrati, non è più desiderato perché le innovazioni e i nuovi centri produttivi previsti per queste parti di città esigono nuovi abitanti con un tenore di vita appropriato e che per questo non rappresentino un problema.
Gli strumenti per impiantare una popolazione e allontanare quella diventata indesiderata sono sotto gli occhi di tutti con sfratti e retate sempre più frequenti. Il processo è veloce ma non immediato e in questo lasso di tempo spesso sorgono conflitti tra i vari abitanti che derivano proprio dalle trasformazioni in atto e dalla percezione di insicurezza che le accompagna.
È qui che trova terreno fertile la propaganda fascista di Casa Pound e di altri gruppetti infami, che in maniera complementare ai discorsi di Comune e imprenditori, alimentano la guerra tra poveri in una logica razzista. I cortei contro il degrado promossi da queste realtà non sono che uno specchietto per le allodole che distoglie lo sguardo dai reali fautori del malessere e dello sfruttamento. In continuità con la loro storia, i fascisti del terzo millennio non sono che avvoltoi che agiscono dove le politiche capitalistiche fanno i loro scempi.

macerie @ Giugno 27, 2014

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Ennesima aggressione fascista a Trento

CHIUDERE_CASAPOUND_BLOGNella notte di sabato 21 giugno, una decina di fascisti di Casa Pound ha aggredito in pieno centro un antifascista prendendolo a calci e pugni. Il ragazzo è dovuto ricorrere alle cure del Pronto Soccorso. La stessa notte, un’antifascista è stata minacciata di morte sempre dal gruppo di Casa Pound.

Attacchi incendiari al campo sinti e numerose aggressioni squadriste: una realtà di fronte a cui nessuno può più fare finta di niente.

La migliore solidarietà è organizzarsi praticamente per cacciare i fascisti. Fine delle chiacchiere.

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Atene. Neo-nazi aggrediscono migrante lasciandolo in fin di vita

da infoaut.org

alba_dorata

All’alba di ieri, un gravissimo episodio di razzismo ha nuovamente macchiato di sangue le strade di Atene. Due neonazisti hanno aggredito, fino a lasciarlo in fin di vita, un migrante che si trovava di passaggio nel quartiere di Metaxuruio, a 50 metri dall’edificio della polizia municipale di Atene. I fascisti -che si trovavano in macchina- non appena hanno visto il migrante camminare, sono immediatamente scesi dall’auto, iniziando a picchiare selvaggiamente l’uomo. Dopo essere caduto sanguinando, i due neonazisti hanno continuato imperterriti a colpirlo con maggior forza e con maggior crudezza, arrivando a saltare sopra la testa dell’uomo ormai per terra inerme. A riferirlo sono alcuni testimoni che si trovavano sul luogo in quel momento. Data la vicinanza con il commissariato di polizia, occorre segnalare che in nessun momento, quest’ultima è intervenuta, lasciando così i due neonazisti agire in totale tranquillità e impunità, sotto lo sguardo di pochissime persone che in quel momento si trovavano a passare di lì e che hanno tentato invano di fermare i due aggressori.

Il migrante aggreddito è stato portato poco dopo al commissariato e successivamente in ospedale, dove si trova tutt’ora in gravi condizioni. Gli autori dell’aggressione, al momento dell’attacco hanno rivendicato inoltre l’appartenenza ad Alba Dorata, minacciando i presenti che tentavano di fermare la furia omicida dei due fascisti. A fare da contorno a questa aggressione e ad essere emblematico di come gli apparati di polizia tendono a coprire episodi e personaggi di questo calibro, non solo è il non intervento al momento dell’aggressione, ma anche il soprassedere di fronte alla comunicazione della targa della macchina fornita dai testimoni, che avrebbe permesso quantomeno di dare un nome e un volto a chi ha ridotto un fin di vita una persona mentre camminava per strada. Certo è che tra le fila di Alba Dorata continua la furia omicida verso migranti che vivono nelle città greche.

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